I volti dell’accoglienza
Il progetto fotografico “I volti dell’accoglienza” si propone di ritrarre l’umanità attraverso il volto dell’Altro, del migrante, di quanti sono accolti in Italia. Attraverso il ritratto fotografico si intende dare forma visiva all’epifania del volto, a quell’incontro empatico con lo sguardo e le fattezze dell’Altro senza il quale, secondo il pensiero filosofico di Emmanuel Levinas, non è possibile trovare se stessi e generare il nuovo. In quest’ottica, l’epifania del volto è un incontro con una persona vivente che scombina la Weltanschauung di quanti riducono “l’Altro all’Identico”. Il volto del migrante può parlarci e condurci “al di là” delle nostre barriere mentali, dei pregiudizi e delle paure legate al fenomeno della migrazione. Guardare gli occhi, i tratti del viso e leggere la storia dei migranti dovrebbe costringere l’osservatore a ripensare le proprie convinzioni e i fondamenti, spesso iniqui, del suo mondo e generare una nuova etica, perché “il volto parla” e ci obbliga al cambiamento. Siamo convinti che l’uomo nuovo, l’uomo planetario, nascerà dall’incontro con il volto dell’Altro, questo progetto può essere un piccolo passo avanti in questa direzione. I volti del progetto vogliono idealmente rappresentare il volto dell’umanità. Un’umanità che trasudi bellezza e dignità.
I volti dell’accoglienza
Con il progetto fotografico a lungo termine “I volti dell’accoglienza” 1 mi sono proposto di compiere una ricognizione all’interno dei Centri di accoglienza per migranti (SAI) in Puglia, per indagare da vicino la realtà delle persone ospitate e restituirne un’immagine complessiva filtrata dal mio personale punto di vista.
L’idea è nata dal bisogno profondo di andare oltre la fotografia di cronaca e l’emergenza del momento, per restituire uno sguardo umano e veritiero su un tema che i media trattano troppo spesso in modo frettoloso o distorto.
Nei miei primi sopralluoghi presso i SAI pugliesi ho trovato ambienti accoglienti, persone gentili, operatori motivati e consapevoli del significato di ciò che stavo cercando di realizzare. Nei giorni di shooting ho percepito un clima di fiducia, una disponibilità sincera a raccontarsi, a mostrarsi per ciò che si è: non “ospiti” o “migranti”, ma semplicemente persone.
Questa esperienza sul campo mi ha confermato quanto la fotografia possa diventare agente di coscienza, quando non si limita alla superficie; uno strumento capace di aiutare le persone a guardare il mondo dei migranti con occhi nuovi, a riconoscere la dignità dietro i pregiudizi, a riscoprire la bellezza tra gli invisibili e i diseredati.
Troppo spesso le immagini a cui siamo abituati ritraggono donne, uomini e bambini subito dopo lo sbarco, stremati da una traversata di circa trenta ore in mare, affamati, impauriti e sporchi, in fila davanti a un muro bianco o mentre attendono di essere identificati, in un ambiente caotico e miserevole. Fotografie necessarie per documentare, ma molto spesso realizzate da un fotogiornalismo frettoloso, che finisce per alimentare una narrazione emergenziale e sensazionalistica, quella di masse indistinte di disperati che invadono il territorio italiano. Un’immagine deformata che rafforza paure e pregiudizi, più utile agli interessi politici che alla comprensione della realtà.
Il mio lavoro fotografico nasce da un atto di disobbedienza a questa visione riduttiva. Mi sono ispirato al pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas sull’epifania del volto. L’incontro con lo sguardo dell’altro interpella la coscienza e invita al cambiamento.
Ho scelto uno stile fotografico che si esprime per sottrazione, che elimina il superfluo e concentra l’attenzione sui volti e sugli occhi dei soggetti. In quegli occhi, nelle persone che ho avuto il privilegio di incontrare, c’è un appello silenzioso: restiamo umani! Resistiamo al furore bellicista, al razzismo, al cinismo e alla mancanza di compassione che oggi imperversano sulla scena mondiale.
Proprio l’empatia, il motore che rende possibile questo incontro, è oggi sotto attacco. Il tycoon Elon Musk, in una recente intervista a Joe Rogan, un famoso podcaster e YouTuber americano, ha definito l’empatia come “la debolezza fondamentale della civiltà occidentale”. 2 Lo stesso Musk, con cinismo glaciale, ha paragonato i migranti a “NPC” (Non-Playable Character), cioè a personaggi non giocanti di un videogioco. Un linguaggio che umilia, disumanizza e cancella la persona nascondendola dietro una categoria. Questo linguaggio, caratteristico del microfascismo, trova espressione nell’ideologia del movimento MAGA, che sostiene Donald Trump e le sue politiche di deumanizzazione, criminalizzazione ed espulsione degli immigrati, ridotti ad un numero informe di reietti umani e oggetto di persecuzione, perché accusati di minacciare il benessere dei bianchi americani.
La fotografia, quando sceglie di opporsi a questa narrazione, può diventare agente di cambiamento. La storia ce lo insegna. Durante la guerra in Vietnam, le immagini pubblicate su riviste come Life e Look contribuirono a smontare la propaganda ufficiale e a scuotere la coscienza di milioni di americani.
Tre esempi restano scolpiti nella memoria collettiva:
- i reportage del fotografo Magnum Philip Jones Griffiths, raccolti nel libro Vietnam Inc. 3 , che svelarono la brutalità quotidiana del conflitto;
- la celebre fotografia di Nick Út (1972) della bambina che corre nuda, in lacrime, urlando di dolore per le ustioni causate dal bombardamento al napalm del suo villaggio; 4
- le immagini di Margaret Bourke-White che documentarono la liberazione del campo di sterminio di Buchenwald, pubblicate da LIFE il 7 maggio 1945. 5 Da quel giorno, nessuno più poteva dire di non conoscere o negare l’orrore dello sterminio degli ebrei messo in atto dai nazisti.
Quelle immagini sono state più potenti di mille discorsi. Hanno reso visibile l’orrore, scosso e mobilitato le coscienze degli americani contro la guerra in Vietnam.
Non sono ingenuo. So che una fotografia da sola non cambia il mondo. E so anche che l’abuso di immagini crude, diffuse dalla fotografia politicamente impegnata, alla lunga può anestetizzare le coscienze. Ma credo ancora che una singola immagine, se autentica e capace di toccare il cuore, possa incrinare le convinzioni radicate, indurre a riflettere e restituire dignità.
Con “I volti dell’accoglienza” ho voluto dare un nome e una storia a chi viene troppo spesso e a torto additato come il nemico perfetto delle nazioni occidentali. Non è un’operazione estetica, ma etica. È un invito alla partecipazione empatica, un atto di opposizione all’indifferenza e al cinismo.
A distanza di tempo, il percorso del progetto mi ha condotto anche fuori dai centri di accoglienza, nei luoghi della condivisione con il pubblico. Le fotografie sono state esposte in quattro mostre tematiche — a Bovino, Corato, Ruvo di Puglia e San Ferdinando di Puglia — riscuotendo un ottimo riscontro di pubblico e di critica.
In ognuna di queste occasioni ho percepito un’attenzione viva, una partecipazione autentica: persone che si fermavano davanti ai ritratti, che cercavano gli occhi dei soggetti e, leggendo le didascalie, venivano informati sulle storie drammatiche che si nascondevano dietro i volti. È in quei momenti che ho capito che la fotografia può davvero essere un ponte, tra chi guarda e chi è guardato, tra chi accoglie e chi chiede accoglienza.
Gli osservatori attenti hanno potuto leggere negli occhi di queste donne, di questi uomini e di questi bambini non solo la fatica dell’esilio, ma anche le cause profonde che li hanno costretti a partire. Quella che la scienza sociale chiama eufemisticamente “dislocazione geografica” è in realtà una migrazione forzata, una fuga da guerre dimenticate, da dittature e persecuzioni, da violazioni dei diritti umani, da carestie e desertificazione, che il surriscaldamento climatico aggrava ogni giorno.
Dietro ogni volto c’è una storia che ci riguarda da vicino, perché racconta anche le sofferenze di un pianeta che condividiamo come un’unica astronave.
E forse è proprio lì, nel riconoscere il nostro volto riflesso negli occhi dell’altro, nella nostra comune umanità, che può rinascere l’empatia — la più grande forza rivoluzionaria che ci sia rimasta. Una stampella con cui sostenere disperatamente la speranza, in questa notte buia e senza luna dell’umanità.
Matteo Della Torre
Note
Matteo Della Torre, I volti dell’accoglienza.
https://www.matteodellatorre.com/i-volti-dell-accoglienza
2. Jennifer Szalai, How Empathy Became a Threat, The New York Times, 18 luglio 2025.
3. Philip Jones Griffiths, Vietnam Inc., Phaidon France, 2008.
https://www.magnumphotos.com/newsroom/conflict/vietnam-inc
4. Nick Út, Napalm Girl, Trang Bang (Vietnam), 8 giugno 1972.
https://en.wikipedia.org/wiki/Phan_Thi_Kim_Phuc
5. Margaret Bourke-White, “Behind the Picture: The Liberation of Buchenwald”, Life, 7 aprile 1945.
https://www.life.com/history/behind-the-picture-the-liberation-of-buchenwald-april-1945
Storie di immigrazione
Mi chiamo Mory Konate
Sono malinké, originario della Guinea (Conakry), e oggi vivo in Italia. Come tanti altri, non ho lasciato il mio Paese per scelta, ma per necessità. Non è stata una decisione facile. Né un viaggio senza dolore.
Con questa testimonianza voglio raccontare la mia storia: la storia di un giovane costretto all’esilio, un cammino segnato da pericoli, ma anche da speranza. Non cerco compassione, né pietà. Voglio solo far sentire la mia voce, affinché chi mi legge possa comprendere meglio cosa vivono migliaia di migranti nel mondo.
Vengo da Macenta, una prefettura nel sud della Guinea. Sono cresciuto in una famiglia modesta ma unita. Figlio unico, ho vissuto un’infanzia semplice, fatta di piccoli momenti felici, nonostante le difficoltà quotidiane. La mia terra è ricca di cultura, di risorse naturali, di umanità. Eppure, da anni è afflitta da instabilità politica, conflitti etnici e insicurezza. Un paradosso crudele: tanta ricchezza, eppure tanta sofferenza.
Mi sono laureato in sociologia, specializzandomi in Salute e Organizzazione. Avevo sogni semplici: trovare un lavoro dignitoso, aiutare la mia famiglia, costruire una vita serena. Ma giorno dopo giorno, quei sogni sono stati soffocati da una realtà sempre più difficile. Vedevo amici partire, altri cadere. La paura ha preso il posto della speranza.
E così ho capito che dovevo partire. Anche se significava lasciare tutto.
Il giorno della partenza avevo con me solo un piccolo zaino, poche cose, e mille incertezze. Non sapevo dove sarei finito, né cosa mi aspettava. Ma una cosa era certa: non potevo restare.
Il viaggio è stato lungo. Duro. A tratti disumano. Ho attraversato Mali, Algeria e Tunisia a piedi, in auto, nascosto. Ogni frontiera era un rischio.
Vivevo in condizioni estreme, spesso senza un tetto, senza cure. Lavoravo nel settore informale, per pochi soldi, senza diritti, senza protezione. Ero esposto allo sfruttamento, alla
discriminazione. Ogni giorno mi chiedevo: “Riuscirò a sopravvivere?”
A volte mancava tutto: acqua, cibo, riposo. Alcuni si ammalavano. Altri morivano. Ho visto cose che non dimenticherò mai. Il peggio è stato nel deserto. Sono stato picchiato quasi a morte, solo perché non avevo soldi da dare, nonostante avessi già pagato il trasporto. Ricordo un momento preciso, dove ho creduto che la mia vita sarebbe finita lì, in mezzo alla sabbia e al silenzio.
Eppure, in mezzo a quell’inferno, c’erano anche gesti di luce: un pezzo di pane condiviso, una mano tesa da uno sconosciuto. Quei piccoli atti di umanità mi hanno dato la forza di andare avanti.
Quando sono arrivato in Italia, mi sentivo sollevato ma anche perso. Sollevato per essere sopravvissuto a un viaggio che molti non hanno concluso. Perso, perché non conoscevo nessuno, non parlavo la lingua, non sapevo da dove cominciare.
Il mio primo contatto con l’Italia è stato al porto di Lampedusa. Sono stato accolto in un centro dove ho potuto finalmente riposare. Lì ho incontrato persone come me, provenienti da tutto il
mondo, con storie altrettanto dolorose. I primi giorni erano pieni di domande: sarò accettato? Mi rimanderanno indietro? Come posso ricostruire la mia vita qui? Ho iniziato la richiesta d’asilo. Un percorso lungo, difficile, incerto. Integrare non significa solo imparare una lingua o trovare un lavoro. Significa rinascere.
Ricominciare da zero, in un mondo che non conosci, con regole nuove, cultura diversa, e spesso, uno sguardo che ti giudica prima ancora di conoscerti. All’inizio, non capivo l’italiano. Mi sentivo come un bambino che deve imparare tutto daccapo: parlare, scrivere, prendere un autobus, spiegare chi è. Le pratiche burocratiche erano lente, frustranti. Documenti che non avevo, attese interminabili, incertezza continua.
È stato in mezzo a questo tunnel che ho incontrato l’associazione Oasi2, attraverso il progetto SAI, che accoglie e accompagna i migranti offrendo alloggio, supporto legale, sociale e psicologico. Grazie a loro ho imparato la lingua, seguito corsi, ricevuto formazione e trovato un lavoro. Mi hanno restituito dignità. E speranza.
A loro va la mia più profonda gratitudine. Grazie a questo progetto ho ottenuto la carta d’identità, la tessera sanitaria, una casa, un’educazione. Ma soprattutto, ho trovato persone che mi hanno accompagnato nel difficile cammino dell’integrazione.
Purtroppo, dopo più di due anni e mezzo, non ho ancora ottenuto il permesso di soggiorno. Le procedure sono lente, estenuanti, e ogni giorno di attesa pesa come un macigno. Vivo con l’ansia, perché questo blocco mi separa da ciò che amo di più: mia figlia, e la possibilità di darle una vita stabile.
Spero con tutto il cuore che lo Stato italiano mi dia presto questa possibilità. Ne ho bisogno per voltare pagina, per costruire finalmente un futuro sereno. Ringrazio sinceramente lo Stato italiano per le politiche di accoglienza e integrazione. Mi hanno dato l’opportunità di vivere con dignità e ricominciare. Un immenso grazie a chi lavora nell’ombra, ogni giorno, per aiutarci: assistenti sociali, associazioni, volontari, insegnanti.
Il vostro sostegno è inestimabile. Grazie a voi ho ritrovato fiducia, sicurezza, speranza. La vostra umanità dà senso alla parola solidarietà. Ogni gesto conta. Ogni accompagnamento è un ponte verso l’inclusione. Voi state costruendo un’Italia più giusta, più umana.
Grazie per aver creduto in me. In noi. L’Italia mi ha teso la mano. E per questo, le sarò eternamente riconoscente.
Mory Konate (Guinea)
Mi chiamo Mariia G.
e ho diciassette anni. Sono nata in Ucraina e nel 2022 la mia vita è cambiata per sempre a causa dell’invasione russa del popolo ucraino. La guerra è arrivata nella mia città e tutto ciò che conoscevo è diventato pericoloso. La mia casa, la scuola, gli amici… tutto improvvisamente non era più sicuro.
Lasciare la mia casa, i miei amici e mio padre è stato il momento più difficile della mia vita. Partire con mia madre, senza sapere cosa ci aspettava, era spaventoso. Sentivo paura, tristezza e un senso di vuoto dentro.
Quando siamo arrivate a Ruvo di Puglia, tutto sembrava nuovo e strano: le strade, le persone, la lingua. All’inizio mi sentivo persa e sola. La mia stanza era piccola e semplice, ma era un rifugio, un posto dove finalmente potevo sentirmi un po’ al sicuro. Gli operatori del progetto Oasi2 ci hanno fatto sentire benvenute, ma io ero ancora molto spaventata.
All’inizio la scuola italiana era difficile: non capivo quasi nulla e spesso tornavo a casa stanca e triste. Mi mancava tutto della mia vita in Ucraina: la mia città, le mie amiche, i nonni. Mi sentivo come se il mondo mi fosse crollato addosso.
Poi ho iniziato a conoscere altri ragazzi e ragazze, a fare amicizia, a ridere di nuovo. Ho imparato a parlare italiano, lentamente, giorno dopo giorno. Guardando film, ascoltando canzoni, chiedendo aiuto quando non capivo. Ogni parola nuova era una piccola vittoria, ogni sorriso un incoraggiamento.
La mia giornata adesso è fatta di scuola, compiti, chiacchiere con gli amici e piccoli momenti di tranquillità. La sera, quando tutto è silenzioso, mi siedo vicino alla finestra e guardo il cielo di Ruvo. Non c’è il mare vicino, ma le luci della città e i suoni della vita mi fanno sentire viva.
In quei momenti penso alla mia casa in Ucraina, al mio papà e a tutto ciò che ho lasciato, ma anche a quello che sto costruendo qui. Non è facile vivere lontana da casa. Ci sono giorni in cui la nostalgia è forte e vorrei solo poter tornare indietro. Apprezzate ogni singolo momento con la vostra famiglia, con gli amici, le giornate di pace, perché in qualsiasi momento tutto può cambiare.
Ma ho imparato che posso vivere qui, crescere, conoscere persone che mi vogliono bene e costruire il mio futuro. Ho imparato che posso amare due posti insieme: l’Italia che mi accoglie e l’Ucraina che porto nel cuore.
Ogni giorno cerco di sorridere, di imparare qualcosa di nuovo e di sentirmi più forte. E spero che un giorno ci sarà la pace, così da poter tornare a casa. Ma intanto sto vivendo, crescendo e costruendo la mia vita, passo dopo passo.
Mariia G. (Ucraina)

